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Contact Tracing: secondo Google bastano pochi utenti perché funzioni

Novità provenienti direttamente dal CEO di Google, Sundar Pichai, sul funzionamento delle app di contact tracing previste per contrastare la diffusione di Covid19. In Italia, parliamo di “Immuni”, ma app di questo tipo sono previste in tutto il mondo. Stando a quanto detto da Pichai in un’intervista concessa a Wired, la percentuale di utenti necessaria affinché le app di contact tracing funzionino sarebbe molto bassa. Il sistema “avrà un impatto positivo anche se solo il 10%-20% degli utenti lo userà. più saranno, meglio funzionerà”. Una dichiarazione che va in ampio contrasto con quanto detto in Italia poche settimane fa riguardo ad Immuni, quando venne dichiarato che la percentuale di popolazione italiana a dover usare l’app dovesse essere del 60-70% perché questa avesse un senso.

In questi giorni sui telefonini di tutto il mondo, sia Android che iOS, è comparso nel menu impostazioni, nei relativi account Google e iOs, il servizio di “Notifiche di esposizione al COVID-19”. Si tratta del supporto di sistema messo a punto dalle due big in concerto, che sarà la base dello sviluppo delle app sulle quali stanno lavorando diversi governi del mondo. Pichai ha anche spiegato che Google ed Apple ci stavano lavorando separatamente quando è apparso chiaro che perché funzionasse, il sistema aveva bisogno di una integrazione tra i due soggetti. Pichai non ha escluso che questo possa essere solo la prima di una serie di collaborazioni tra le due grandi aziende.

Molto critico sull’utilizzo del sistema Google-Apple è il presidente di Anorc Professioni, Andrea Lisi. Che in un intervento pubblicato su Huffington Post ha spiegato come l’utilizzo dell’app Immuni, che “si appoggia totalmente su una infrastruttura sviluppata da Google e Apple” sia di fatto paradossale se considerata l’operatività del GDPR, il regolamento europeo della protezione dei dati che cambiò di fatto i protocolli di utilizzo appena due anni fa. “Se la normativa fosse presa come riferimento dal legislatore prima di compiere certe scelte, non staremmo qui a parlarne” dice Lisi, esponendo come esista il rischio – sulle cui domande il ministero ha fornito “risposte insufficienti e generiche” – che Google ed Apple dispongano dei dati sia di geolocalizzazione che sanitari.

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